Luca Donnini's personal page

Portrait of unknown 

To believe that is not the direction, but the position that really makes me see it’s a relief. It’s the origin, not the direction. It’s from where and not where to look at. My gaze runs through me in the direction that the specific moment drives me to. The vision itself holds my eyes and flesh, goes through me. Just the same material I use to act: firm and vulnerable, useful and permeated, bleeding if beaten, but painless, because diverted within the time. The position I assume will produce the look, and myself, filtered through the eyes of the others and my feelings.

Those eyes looking at me don’t show any direction, don’t go anywhere, they have no horizon as it has been absorbed by their origin in the first place. They provide evidence without imposing paths, still heavily intoxicated for being in the flesh of something that doesn’t envisage any adjective. Tarrying and breathing. Behind them. Their looks don’t show truth, they go with the unintentional ones, or the light that will strike them. In a mutating sense, as the future is snagged in the relationship that will reveal them. To belie to solve: it’s only possible if you can’t accept the impossible. Striving to achieve the unfeasible goal to “put into the world” pretending it is something useful. That’s the nature of the flesh. Inexorable and inevitable.

The need of communication and the means to define shapes and acts must consider the actual usefulness of our intentions. You need an “audience” to do so, unplanned partners in crime: the fight is all about the others’ involvement, always difficult to reveal. You become the unaware witness of your own violence, that even if perceived, ends up ignored as you think it belongs to others. Clutching at stories, experiences, you keep giving credibility to the object just to be recognised. You can’t be what you want, regardless of the flesh you inhabit. 

Flaunting your power, you force the other to reveal his own. Truth has to do with laws and laws have to do with justice. Justice demands dead men and excuses demand a guilt that someone will have to pay for. Solitude is directly proportional to the claim of justice and every self-image construction is permeated by excuses. Those eyes looking at me have personal stories that I can’t tell, because my photographs all look the same and always say the same thing. 

You must resist to that wild passion for turning everything that happens into a model, challenging this schizophrenic “being at the same time what you can’t see with your eyes”. Meeting people, identifications and projections, deprivations and rehabilitation have formed a compound of sensations that turned solid outside any legal contract. Personal stories only exist since we met, we moved away then,  and their stories settled elsewhere. 

I hugged almost all the people I photographed. Ideally, my arms know all the shapes that each hug left into nothingness. I can trace them out with no need of memory. Full and empty, concave and convex. The post-portrait exhaustion is an obligation. Every encounter turns into a seduction exercise, aiming to disclose secrets. To put off the doubt that desire passes between the legs. 

Toxicity comes up to the surface and you realise you need to come off of something when you’re a junkie already. To protect myself from a reality I fear, I try to know it in order to subdue it. I persist, step up, strive. I take the word outsider as a face value, and I know I have to come to terms with that.

The weariness you get from wanting to posses can only be shared with photo-bodies.

 

 

Ritratto di ignoto 160210

Quale provenienza e non quale direzione, da dove e non verso cosa guardare.

Mi solleva il pensiero credere che non sia la direzione ma la posizione ciò che mi faccia veramente guardare. Senza considerarmi il grado zero sono  trapassato dal mio sguardo verso la direzione che il momento specifico mi rivelerà. Da dove, invece che dove, contiene il mio occhio e la mia carne, è la stessa materia che uso per agire, fondante e vulnerabile, utile e trapassata, che sanguina se battuta e priva del dolore perché posticipata.

E’ la posizione nel quale mi pongo che farà lo sguardo, il farmi fare attraverso gli occhi degli altri, dei miei affetti.

Gli occhi che mi guardano non mostrano direzione, non vanno verso, il loro orizzonte è assente perché assorbito dalla loro provenienza, non testimoniano impartendo delle percorribilità ma sostano respirando alle loro spalle, ancora pieni d’ebbrezza per essere nella carne qualcosa che non contiene aggettivi, sono con gli sguardi accidentali o la luce che li colpirà, in questo senso in divenire perché il futuro è impigliato nella relazione che li rivelerà.

Aggrappato ad una storia, ad un’esperienza, si corre continuamente a dare credibilità all’oggetto per essere riconosciuti. La necessità di comunicare,  il mezzo di veicolare la forma e il gesto che usi deve essere sottoposto all’utilità di fare tutto questo. Non posso uscire dalla contraddizione di “mettere” nel mondo e pretendere la sua utilità a farlo. Dimenarsi nel risolvere il compito impossibile è la natura stessa della carne, ineludibile e inseparabile.

Mascherare per risolvere, questo è possibile se non si può accettare l’impossibile: non poter essere la cosa che si vuole essere indipendentemente dalla carne di cui sono abitato. L’esibizione di potere costringe l’altro ad esibire il suo e per realizzare tutto questo ci vuole un “pubblico”. Complici non previsti, la nostra lotta si gioca sui difficilmente svelabili coinvolgimenti degli altri. Si diventa testimoni inconsapevoli della violenza, che se pur avvertita, è liquidata come altrui.

Il mio lavoro fotografico parla di personaggi che dichiarano la loro non partecipazione, che non mostrano la verità nei loro sguardi, ma innanzitutto la loro impotenza per non separarsi dalla capacità di resistere.

Nelle relazioni affettive che iscrivo nel mondo,  si farà fare il mio tono di voce riempiendo le pagine. Ogni veridicità ha a che fare con la legge e ogni legge ha a che fare la giustizia. Ogni giustizia che pretendo reclama dei cadaveri e ogni giustificazione reclama una colpa che qualcuno deve scontare. Nel panorama contemporaneo ogni solitudine è direttamente proporzionale alla richiesta di giustizia, ogni costruzione dell’immagine di se è attraversata dalla giustificazione.

Gli occhi che mi guardano hanno delle storie personali che posso non raccontare perché le mie foto sono tutte uguali e raccontano sempre la stessa cosa.

Immedesimazioni e proiezioni, privazioni e reintegrazioni negli incontri con le persone, hanno formato un composto di sensazioni che si sono solidificate fuori di ogni contratto legale. Le loro storie personali esistono da quando ci siamo incontrati e questo ci ha  trasferiti, il loro racconto è altrove.

Lo sfiancamento dopo ogni ritratto era d’obbligo. Sotto questo aspetto il gesto di prendere appuntamenti per fare ritratti lo leggo come un’opportunità di controllo e di dominio sul mondo. Per difendermi da una realtà che temo cerco di conoscerla per poterla assoggettare. Ogni incontro è diventato un esercizio di seduzione per andare a svelare segreti e per spogliare il dubbio che il desiderio passi tra le gambe. La tossicità affiora e realizzi che ti devi disintossicare  quando sei già un tossico. Lo sfinimento che ti procuri nel volerti impadronire, ora, può essere solo condiviso con il corpo di fotografie.

Già e non ancora 050210

Avere un corpo tracciabile da un gesto può solo essere rivelato e restituito dall’altro che sarà impegnato nel palesare attraverso la sua manifestazione, una forma ora di qualcosa che non c’è ancora.

In questo senso sarà contemporaneo perché produttore della possibilità che qualcosa di invisibile si possa manifestare, in prima persona scommettendo su un già e non ancora.

Essere  contemporanei vuol dire rifondare la parola responsabilità: colui che riconosce qualcosa in un altro quando ancora all’altro la cosa gli è estranea. Per fare questo la responsabilità di ognuno è  prima di tutto nei confronti di se stesso ma attraverso la carne degli altri, una responsabilità insostenibile perché dovremmo vedercela con l’edificazione e la creazione prima che queste siano apparse in superficie.

Nel costringere il mondo  e gli uomini che lo abitano, a deformare il proprio volto per essere ascoltati c’è la responsabilità collettiva. Nessuno potrà sottrarsi al gesto di violenza quotidiana invisibile, ma impresso senza tregua perché assenti a se stessi nella carne.

Sono contemporaneo a me stesso nella misura in cui sono un passo indietro a me stesso e prevedo il fatto di essere letto dall’altro nella carne, di ammettere che non potrò solo dire ma dovrò vedere nella carne la mia diversità.

Cerco il mio spirito che mi sollevi dalla carne e insieme lo folgoro con i miei occhi ciechi. Gambe aperte e genitali rossi per farmi accettare, fuori da ogni previsione e fuori da ogni palese vista, nessuno cerca il vivo  della carne  e del suo spirito , il demone è altrove e la sua casa è l’identico a se stesso.

 

Face to face  140110

In qualsiasi momento della vita posso essere raggiunto dalla mia faccia senza sapere quale sia.

Conosco facce che non sopportano quello che hanno detto il giorno prima, facce di uomini che la staccano ad altri uomini, padri che la regalano al figlio, facce che usano i sottotitoli come nei film muti e pretendono il tuo tono di voce per farla parlare, facce senza faccia e facce sempre uguali tanto più sono attraversate dalla vita.

In qualsiasi momento della vita posso essere raggiunto.

Una faccia che sappia accogliere e che possa ospitare una faccia, senza stridere senza deformazione. Una faccia che sappia farsi faccia prima di essere solo l’idea, che non conosca solo i sostantivi ma sappia ospitare verbi. Superficie che accetta e sa fare spazio per essere quella faccia, una faccia che sa contemplare, che è sempre nel mentre, che sta per arrivare, che cerca la faccia senza vergognarsi di mostrare che lo sta facendo, che diviene faccia, una che non sa immaginare, che non è davanti ai suoi occhi e ce lo fa sapere.

Devo trovare una faccia che accetti senza smorfie deformanti l'espressione sconosciuta che dovrò portare con me, quando sarò raggiunto dalla  distruzione di una voce che mi dirà: tuo padre è morto.

Fuori luogo 260110

Ho stampato i ritratti in b/n su carta da attacchinaggio e così hanno iniziato a vivere come manifesti in strada, sopra ad un muro e sotto la colla spalmata da me in maniera abusiva. Per la prima volta ho visto i personaggi delle mie foto stampati e attaccati tra i segni sparsi della comunicazione urbana, dirottati e confusi da questo mio gesto.

Questa operazione di sottrazione ai luoghi consacrati dell’esposizione, pur non avendo una sua esclusiva originalità, mi permette di ri-guardare con questo nuovo ri-collocare fuori luogo.

Mi appare qualcosa che non ho mai visto prima.

Le mie foto convertite in manifesti cambiano il loro statuto e attaccate in strada cambiano il  loro tradizionale canale di diffusione.

A chi guarda è immediatamente comprensibile che  le foto, ridotte a manifesti, non rispondano alla richiesta d’informazione convenzionale e proprio perché non riescono a rispondere a nessuna implicita domanda, non dicono nulla.

Lo spaesamento di questo gesto arbitrario si intuisce come temporaneo e provvisorio e senza nessuna ragione apparente di essere, diventa inutile.

Questa inutilità del gesto si trova nell’altrettanto inutile scelta di fare ritratti guardando in macchina.

Quelle immagini, senza contesto esplicativo e sostegno semantico, però, solo nel momento in cui sono incrociate dagli sguardi occasionali hanno la possibilità di fare la loro dichiarazione: “non ho alcun motivo per guardarti ma ho trovato una faccia per farlo”.

Senza nessuna richiesta i volti rispondono ad una domanda non formulata, nello spazio tra occhi vivi e occhi di carta, dove nessuno pretende di conoscere qualcosa, appare una dichiarazione anche se non richiesta e non compresa e per questo fuori luogo.

Mi viene raccontato l’aneddoto della zia e il pollo da Nicoletta con la quale stavo condividendo la memoria della frase “sei fuori luogo” per come venisse usata dai nostri genitori. La storia vuole che la mia amica, dopo aver osservato la zia a tavola mangiare il pollo con le mani, gli venga in mente un suo sapere, e cioè che a tavola non si mangia con le mani. Lo dice. Il papà, senza guardare nessuno dei commensali, proferisce la fatidica frase: “sei fuori luogo”.

Osserviamo insieme con Nicoletta che la caratteristica  che accompagna la frase è l’assoluta impossibilità a capire perchè venga detta. L’osservazione “non si mangia il pollo con le mani” era corretta, ma ignorava un’altra norma che avrebbe dovuto sussistere prima: non si fa notare di non rispettare una norma.

Come a dire che non si può parlare di norme, perché già tutti le sanno e vanno solo rispettate per non incorrere nella pena che sarà  quella che qualcuno venga a sapere che non le rispetti e non te lo può dire.

Da bambina, Nicoletta, non poteva immaginare una contorsione tale che avrebbe imposto la domanda “ma le norme chi le detta?”, perché per lei una domanda simile non esiste perché già risposta: ”i miei genitori”

Gli stessi che hanno il potere di mettere fuori luogo, sono costretti a  mettere in crisi non solo il postulato appena precedente, ma anche negare in prima persona il loro pensiero.

Chi è messo in fuori luogo, quindi,  conduce un’azione di smascheramento, che non essendo in grado di comprendere,  risulta involontaria e nella misura in cui ignora intrinsecamente il motivo per esserlo, diventa fuori luogo a se stesso.

Nessuno si salva tra un adulto e un bambino.

E’ successo che le affissioni abusive abbiano trasformato qualche passante in un collezionista sorpreso a staccare per riattaccare a casa sua. Invertendo e prolungando il  mio gesto quelle immagini diventano ancora altro nell’esperienza sconosciuta del ricollocare nuovamente altrove. In questo si crea un nuovo evento, nuove possibilità di vita.

Dolci e praterie 150210

Se parlo non posso contare sulla comprensione dell’altro, se insisto nel mostrare la mia comprensione di un pensiero escludo l’enunciazione dello stesso pensiero. Come pronunciato da altri, come la cosa più preziosa da portare in mare aperto con me.

Conoscere come funziona la memoria è funzionale a riflettere su come costruire i riferimenti e le  concatenazioni delle esperienze, sicuri che si rimanga continuamente espropriati dal possesso dell’oggetto se rimane freddo e lontano dall’affetto. Non ricordare diventa una prerogativa della memoria continuamente presente a se stessa. Vagare in sequenze che smaterializzano dimensioni temporali è l’esperienza più prossima a me. Lavorare sulla postura, sull’atteggiamento piuttosto che sulla cosa da raccontare scioglie lo sforzo e smette di bagnare di sudore ogni cosa. Il sudore mi piace su un corpo che balla.

Mi chiama Vanessa.

E’ partita e le sue cosce sono distanti, con il loro reclamare la loro ovvietà, il loro saper sorvolare l’obitorio perché specializzate a ricevere certe sensazioni. Nella relazione tra due persone conta la dismisura dove si possa vedere la responsabilità che è la possibilità di rispondere alla domanda che questa solleva.

Sorvolo a bassa quota.

La distanza e la misura sono utili solo nelle gare di sputi. Le gare di dolci con le sue giurie sono a portata di mano, le storie degli ingredienti, come si è arrivati in possesso, le differenze sottili e il piacere di districarsi, questo mi  parla d’affetto. Filosofia e farina con le uova, concetti di latte con il burro, i tempi di cottura di questo forno non sono nei polsi con gli orologi.

La passione veste ogni apparenza e il silenzio fa rimbombare i corpi. Nel cercare un gesto mi trattengo e mi spargo. I buchi della mia memoria sono l’unica certezza, l’emergere improvviso delle assenze con i suoi assalti alla gola, il materiale per orientarmi. La mia giovinezza non mi torna quando vedo il mio lavoro. Sono un giovane artista con molte pretese.

L’audio delle mie foto va curato. Continuo a cercare le storie che ho già scritto per metterle in musica. Potrei lamentarmi per giorni di non avere note per il pentagramma, come fosse medicina per una malattia che mi tiene in vita, mi faccio assalire dal terrore di non essere perfetto. Scrivo il mio cognome con la a finale.

Le mie foto ritraggono personaggi anonimi che sono esistiti. Le storie che li riguardano sono storie locali che reclamano l’eterno, nel rifiutare l’indifferenziato e nell’assegnare un luogo specifico che non diventerà distinzione, in una storia che può essere solo inventata perché personale, giustificata nella posa perché senza ragione.

La nudità non ha mai avuto luogo.

Implicitamente deve possedere il prima e il dopo, ma perché si sofferma sul durante.

La realizzazione di un compito si svolge nell’andare ad adempiere quel compito dove non è interessante verificare la sua fattività a priori, ma mettersi nella condizione di svolgerlo. In quell’istante il compito realizza il suo scopo costringendo ad utilizzare il durante.

Mi sono allenato alla vista della fica, ho sottoposto i miei occhi e il mio corpo ad esperimenti psichici e sensoriali mentre prendevo appunti.

Non posso giustificare, anche in presenza di richiesta.

Quando due corpi si toccano bisognerebbe correre a stendere dichiarazioni per scendere a patti con l’estraneo. Colti di sorpresa e distratti a se stessi, senza supplica e senza pretesa, la possibilità di riconoscersi è attraversata dall’esperienza che l’estraneo appaia in te. 

Con quel tono di voce.

In ogni promessa che faccio c’è l’ingenuo, in ogni seduzione lascio apparire la carne viva che trova un luogo prima inaccessibile. Il tempo è piegato dalla mia voracità espressa nella forma di sazio. Trasformo il mio piacere di guardare e aspetto che il mio desiderio faccia apparire la carne.

Salta la puntina sul disco 33 giri.

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

sorrise stringendo la mano al pri-

Il pri-ncipe non è stato mai incontrato, ma continua a dirlo. A costo di scrivere sempre la stessa cosa.

L’esperienza di incontrare e scattare è terminata, ho smesso di usare l’agenda e non ho più appuntamenti. Le persone che ho incontrato non mi chiamano più per reclamare il loro bottino iconico. Ho dovuto staccarmi per vedere il lavoro, mi sono dovuto mettere in un altro luogo che ho trovato nel mentre.

Sono da un’altra parte e devo recuperare nella memoria la precedente esperienza mentre ne faccio un’altra. La devo recuperare raccontandola e lo faccio attorno ad un tavolo. Con altre relazioni mi cimento e corro il rischio di raccontare queste. Nuovi amori e nuovi buchi. Nuovi corpi e nuove storie. Sono in ritardo sul presente come la puntina sul mio disco di fiabe sonore.

Parlare in pubblico del mio lavoro è utile a formalizzare i miei pensieri. Per fare questo sforzo mi serve una richiesta e la certezza che risponda a domande non poste direttamente. Soddisfare la curiosità è un rischio che corro quando rispondo a domande che pone solo l’occhio, ma serve per mescolare le cose che non conosco sfruttando come occasione unica un pensiero insinuante. L’insoddisfazione che provo quando non sfrutto qualcosa che mi fa male riciclandolo in gesto vitale, tradisce continuamente la mia presenza dell’assente. La sfumatura di colore di ogni risposta riempie quadri che sono indipendenti dai miei saperi. Rispondere senza dare giustificazioni sul proprio gesto mette in luce l’assenza di punizione latente che invade ogni operare nel mondo.  

Quante bottiglie di vino hai portato? Quanto pensiero  e quanto tempo è stato usato prima di incontrarci? Quanti gesti sono già compiuti prima di essere fatti? Per dare consistenza al mio agire, passo per il  cuore di tutti quelli che mi sono intorno.

Le saracinesche sono due e quella che apriamo è pesantissima.

Elegante come uno scannatoio, ex laboratorio di pasticceria ha maioliche fino alla fine delle pareti di quattro metri. Dismesso e abbandonato, diventa nella sua omogeneità un ventre bianco, accogliente perché non si impone, si presenta senza premesse e senza spiegazioni, ha poche parole. Il rapporto è al limite dell’uno a uno. Si farà fare, ma solo se gli vorrò bene. Per disegnare  spazi nella mia mente posso usare bene la mia memoria, reagisce nel mio corpo che inizia a produrre  visioni e possiedo fisicamente una sensazione tattile che si riflette sulle mie articolazioni. Una relazione con lo spazio si risolve solo nella capacità di  immedesimazione. Divento l’altezza e misuro i luoghi con l’aria che ho nei polmoni, mi faccio camminare dentro osservando contemporaneamente tutti i punti di vista, mi vesto dei  miei passi ascoltando quello che si vede dietro di me. Come si sente il mio corpo dentro uno spazio vuoto mentre cerca di capirlo e l’emozione che prova nel divenirlo è una prassi che vorrei esportare per comprendere il segreto dei corpi di chi amo. Spogliarli dei loro movimenti e rivestirli insieme con i miei, ascoltare diventando quel corpo dentro il mio, come nel supplizio che non ti strapperà le braccia tenendo due cavalli che tirano nelle direzioni opposte. Cos’è l’incarnazione?

 

 

 

abbracci 250110

Ci sono persone che vedi grandi agli occhi e che spariscono quando le abbracci, viceversa, persone piccole che tra le mie braccia diventano grandi. Le mie braccia nell’abbraccio misurano con altri parametri rispetto agli occhi, hanno altri metri e altri riferimenti. Coinvolgono il torace e chiamano la circonferenza, mi coinvolgono nella misurazione di me stesso quando mi vedo la mano destra spuntare sul lato sinistro di chi abbraccio e mi pongono come metro assoluto nella misurazione. Se non tutte, ho abbracciato quasi tutte le persone che ho fotografato. Idealmente le mie braccia possiedono tutte le forme che gli abbracci hanno lasciato nel vuoto che circoscrivo senza usare la memoria. Vuote davanti a me, ad indicare uno spazio troppo piccolo all’occhio perchè qualcuno possa esserci dentro. Sono certo del fatto che l’esperienza mi dica il contrario. Ognuno ha preso e dato una forma all’abbraccio che non riesco a trattenere. La carne, come materia dell’abbraccio, è tenera e genera dubbi sulla mia misurazione. Mentre lancio la fantasia di cimentarmi nell’opera senza fine di misurare il mondo, invento affetti sconosciuti per riempire a piacimento il vuoto che circondo, ma di questo non so che farmene. Debbo essere contemporaneamente anche il vuoto che nel perimetro chiama il pieno per essere tale. Pieno e vuoto, concavo e convesso, bisogna resistere alla sfrenata passione di “modellizzare” ogni accadimento e misurarsi con la schizofrenia di essere contemporaneamente anche ciò che non vede il mio occhio.

Sul fotografare 010210

Non credo sia possibile fotografare senza avere pensieri su quanto sia catastrofico produrre immagini. La foto deruba e deturpa, strappa e violenta ogni pensiero folgorante e allucinatorio nella sua essenza. Sottoporsi all’irresistibile tentazione di violare tutto questo, deve mettere nella condizione di spartire molte delle proprie responsabilità, cedendo porzioni di te per soffocare lo strapotere della foto. E’ un potere che pretende lo scambio  affettivo per poter essere contrastato e sottomesso, la condivisione delle finalità e  delle intenzioni politiche con il soggetto, per reagire con un’esperienza alla brutalità dell’offerta preconfezionata.

Ogni foto è una lacerazione nel sottile tessuto vitale che ci circonda, è brutale e  arrogante, corrotta ed egocentrica. Coinvolgersi in questo tipo di relazione, esige umiltà nell’ammettere per primi la statura del gesto fotografico e l’accettazione di questo gesto come schizofrenico con le persone che hai davanti e che cercano insieme con te di fare pace con tutto questo.

La rinuncia al gesto in assenza di condizioni che lo rendano plausibile diventa così, trasformato, realizzazione storica del momento fuori da ogni momento storico. Sottraendosi  alla sicura sfigurazione del reale si accetta la parzialità della condizione nella quale mi trovo. E questa è l’informazione.

Produrre informazione in un racconto,  creando le sue specifiche modulazioni è la scelta unica in un delirio onnipresente di descrizione e di opinioni. Solo se considero ogni fotografia come una dichiarazione di impossibilità a realizzare il reale toutcourt posso attivare la possibilità di confondere il gesto conosciuto e sicuro con uno sconosciuto e incerto dove intravedere la mia trasfigurazione.