Luca Donnini's personal page

 

Luca Donnini - CORPUS 

by Manuela Fugenzi

 

More than portraits, Donnini's are human landscapes: spaces whose fluid morphology, etched on the body by life itself and by the photographic gesture, is revealed in an enigmatic and solid immobility, wholly present—here and now—and made permanent by photography.

 

The time-space relationship is both a prerequisite and identity in photography, moulding its technical nature and its outcomes. In Donnini's photographs this relationship is explored in depth, because we are not speaking of portraits but of the oneness of experience: the encounter. And the encounter is dynamic—time and space shared. The intention here is not to restore "verisimilitude"; rather, the persons portrayed become what the encounter has transformed them into: human landscapes, spaces in which we the observers can, in turn, have our own experience. The landscape is composite, vibrant and frozen. A seeing landscape, whose eyes invite us to other intimate lands. We can walk inside Donnini's photographs, become involved with them, feel disturbed—or reconciled—by them. Wandering: we ramble, roam, rave in that open space where our glance falls, document of a desire to exceed all bounds. To reach the inexpressible. The black frame, with its matrix numbers clearly visible, contains, reassures, makes the encounter possible and plausible.

 

Ultimately, the circumstance of the "portrait" is a lie in which both the "photographer" and the "subject" are complicit, told in order to realize the encounter and create a space, this very naked space. It is in this nudity, in the act of denudation, that the human landscape is revealed: what matters is where and how we become manifest, how we are changed by the encounter, what we use in the presentation and what, instead, we abandon. Because we are stripped bare before Donnini; this is the rule of play. We do not need to know how this despoilment is attained, what matters is that it happened and that from the encounter remains (is sought and accepted) that sort of short circuit in which the subject lets go of resistance and watchfulness and reveals unexpected identities. The seduction has happened.

 

Donnini deliberately moves in a highly insidious territory, maker and integral part of his human landscapes. The process calls for a self-awareness that itself becomes the measure of its own plausibility: he works guided by his own cultural and sensual body, he listens to it, interrogates it, living within it he recognises its limits and challenges himself, putting both him and them to the test. The play against nature (whereas nature imposes a single body and a single life) and the countercultural play (the codes of seduction and of representation) acquire a political value in the attitudes and interrogatives raised by the queer culture, instrument of a transversal interpretation and investigative universe. It is certainly no accident if the pervasive violence of contemporary life is expressed with particular virulence in an area that is crucial for collective and individual identity—that of sex. To recover and express parts of Oneself, beyond the unyielding and homogenizing chains of our present, requires that we cross the cultural boundaries of gender identity. The search is almost compulsive, driven by the obsessive need for an encounter between a male and the feminine, and by the pleasure of blind encounters or between friends. In all cases, the pursuit is emotional and demands intimacy.

 

A dynamic approach, that of the game, which seeks corroboration through the photographic medium, memento mori of our contemporary culture. The black and white image that is the outcome of this process is unsettling. Donnini's entire output is unsettling. He has created a world, a people, a catalogue, a pantheon, an other landscape of our contemporary lives: human, inexpressible, purposefully direct like the uncomfortable evidence of a photo thrown out there, autonomous also because it is unnecessary. Yet, at the same time, shot through with a respectful and (apparently) ineluctable classical elegance, a beauty that partakes of vision—at once magnetic and inevitable. 

 

 

 

LUCA DONNINI – CORPUS

di Manuela Fugenzi

 

Più che ritratti sono paesaggi umani quelli di Donnini. Spazi la cui mutevole morfologia, disegnata dalla vita stessa sul corpo e dal gesto fotografico, si rivela in un’immobilità misteriosa e solida, tutta presente –qui e ora- e resa perenne dalla fotografia.

 

In fotografia la relazione spazio-tempo ne è premessa e identità, ne plasma la natura tecnica e gli esiti. Nelle fotografie di Donnini questa relazione viene indagata a fondo, perché non di ritratti parliamo ma di unicità di un’esperienza: l’incontro.  E l’incontro è dinamica, quindi tempo e spazio condiviso. Qui non c’è nessun intento di restituire “verosimiglianza” e le persone ritratte diventano ciò in cui l’incontro le ha trasformate: paesaggi umani, spazi nei quali noi osservatori possiamo fare a nostra volta la nostra esperienza. Il paesaggio è composito, vibrante e gelato. Un paesaggio con gli occhi, che a loro volta ci conducono in altri spazi, intimi e immaginari. Ci si può camminare dentro le foto di Donnini, lasciarsi coinvolgere, esserne disturbati, sentirsi riconciliati.  Wandering: si vaga, si erra, si delira nel posare lo sguardo in quello spazio libero, documento della ricerca del superamento del limite. Nell’indicibile. La cornice nera quindi, con la matrice dei numeri a vista, contiene, rassicura, rende possibile e plausibile l’incontro.

 

In fondo l’occasione del “ritratto” è una bugia, condivisa tra “fotografo” e “soggetto”, per realizzare l’incontro e creare uno spazio, esso sì nudo. E’ nella nudità, nell’atto di denudarsi che si manifesta il paesaggio umano: conta dove e come ci si mostra, quanto ci si espande, cosa si usa nel porgersi, cosa si abbandona. Perché ci si spoglia davanti a Donnini, questa è la regola del gioco. Non è necessario sapere come si arriva al denudamento, conta il fatto che è avvenuto e dell’incontro resta (si cerca e si accoglie) quella sorta di corto circuito in cui il soggetto allenta resistenze e vigilanze, rivela identità impreviste. La seduzione è avvenuta. 

 

Donnini si muove di proposito in un territorio molto insidioso, artefice e parte integrante dei suoi paesaggi umani. Il processo richiede una consapevolezza che diventa essa stessa parametro della sua plausibilità: lavora guidato dal proprio corpo, corpo culturale e sensuale, lo sente, lo interroga, nel viverlo ne riconosce i limiti e si sfida, per metterli e mettersi in gioco. Il gioco contronatura (laddove la natura impone un corpo solo e una sola vita) e controcultura (i codici della seduzione e della rappresentazione) assume valenza politica nelle posizioni e negli interrogativi sollevati dalla cultura queer, strumento di lettura trasversale e universo d’indagine: non è un caso se la violenza pervasiva del nostro contemporaneo si esprime con particolare virulenza in un ambito cruciale per l’identità collettiva e individuale, quello del sesso. Ritrovare ed esprimere parti di Sé, oltre le maglie intransigenti e omologanti del nostro presente, richiede di attraversare i limiti culturali dell’identità di genere. La verifica è quasi compulsiva, guidata dalla necessità ossessiva dell’incontro di un maschio con il femminile e dal piacere degli incontri al buio o tra amici, dove il cercare è affettivo e pretende intimità.

 

Un approccio vitale, quello del gioco, cerca riscontro per mezzo della fotografia, memento mori della nostra cultura contemporanea. L’immagine bianconero che ne è l’esito è spiazzante. L’insieme di questo suo lavoro è spiazzante: Donnini ha creato un mondo, un popolo, un catalogo, un pantheon, un paesaggio altro del nostro contemporaneo. Umano, indicibile, volutamente diretto come la testimonianza scomoda di una foto buttata lì, autonoma anche perché non necessaria. Eppure attraversata da una rispettosa e ineludibile (sembrerebbe) classica eleganza, una bellezza che è della visione. Magnetica e inevitabile.