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Storie di straordinarie normalità, intervista a Luca Donnini

Il lavoro di Luca Donnini l’ho conosciuto grazie alle continue “incursioni” artistico letterarie dell’amico Warbear che qualche settimana fa sfoggiava il frutto dell’ennesimo progetto che lo vedeva protagonista: “Delhi Hair“. Si tratta di una serie di venti scatti in bianco e nero che ritraggono Francesco (Warbear) all’interno di un salone da barba indiano (a Roma) comodamente seduto in poltrona, mentre viene premurosamente rasato. L’occhio indiscreto di questa etnica ed orientaleggiante seduta dal barbiere è quello di una signora Rolleiflex maneggiata dal fotografo romano Luca Donnini. Ecco cosa ci ha raccontato sulla sua nuova passione per la fotografia. Ah giusto, vi chiederete, perchè nuova? Luca Donnini prima di approdare alla fotografia ha lavorato per molti anni come scenografo per il cinema e la televisione, ha recitato nel teatro di figura, ha firmato la regia e la messa in scena di numerose opere teatrali, la fotografia, è lo strumento della sua nuova ricerca volta a raccontare il “..corpo nel movimento delle identità di genere..”. Dicevamo, ecco cosa ci ha raccontato nell’intervista che ci ha rilasciato.

Ciao Luca, ma lo sapevi che c’è un tuo omonimo che è il presidente di Guess Europa? Sai come l’ho scoperto? Cercavo informazioni sul tuo conto su Google e mi sono apparse in prima pagina un bel po’ di foto di questo tipo e per un attimo credevo di aver sbagliato a scrivere il tuo nome. Solo omonimia o hai anche parenti nel fashion system?

Certo lo sapevo… ma essendo completamente alieno alla mia area culturale diventa quasi divertente incontrarlo vicino ai miei lavori. Devo iniziare a mettere in rete qualche mia foto con la parrucca per far diventare più interessante l’accoppiata. Il mondo è largo, ma di Luca Donnini ce n’è uno solo.

Già ti ho detto che sono “incappato” nelle tue foto grazie all’intensa attività artistico/editoriale di una nostra comune conoscenza, Francesco Macarone Palmieri (aka Warbear) che a quanto pare non perde occasione per trasformare una normale giornata in qualcosa di artisticamente rilevante, come per esempio andare dal barbiere. Ci racconti un po’ come ti è o vi è venuta in mente l’idea di questo set fotografico?

Di Francesco avevo già un ritratto. L’ho scattato all’inizio del 2007, quando ho iniziato a prendere in mano la Rolleiflex e a frequentare il party “phagoff” con le sue liquidità queer. L’incontro con questi universi e con i suoi pensatori migliori ha eccitato molte domande politiche e culturali incidendo profondamente nella mia vita e nel mio lavoro. Adesso che chiudo questa serie di ritratti, volevo riguardare Warbear. Alla mia richiesta ha suggerito il barbiere. A me piace il barbiere… il barbiere amico, dove si fanno le confidenze, dove vengono consumati i delitti dei boss mafiosi, dove ci si deve fidare perché si rimane ad occhi chiusi sotto la lama di rasoio che ti carezza… il barbiere è uno spazio letterario. Sto preparando un libro fotografico Rollei B/N e ci sarà anche una foto di Francesco, ma non è tra quelle che lui ha pubblicato nella sua gallery. Dovrai aspettare il libro per vederla.

Devo dire che i tuoi scatti mi sono piaciuti subito e sbirciando trai i tuoi siti web ho notato che hai fatto un bel po’ di cose. Da quand’è che hai iniziato ad armeggiare con la macchina fotografica e come si è sviluppata la tua carriera in questo settore?

La macchina fotografica è uno strumento essenziale del mio lavoro. E’ dall’inizio di questo millennio che, dopo essermi affrancato dal mio mestiere di scenografo, lavoro con il collage e la fotografia. La macchina fotografica Rolleiflex (6×6) è invece un’acquisizione relativamente più recente (inizio 2007). E’ stato un amico a prestarmi la macchina fotografica che è immediatamente finita negli scaffali della libreria a subire i miei sguardi schifati. Prima di prenderla in mano è dovuto passare qualche mese e ricevere una manciata di rullini B/N scaduti. Roma, Bologna, Madrid, Berlino, Lubiana e Istanbul sono le città che in questi ultimi due anni hanno ospitato mie personali completamente in B/N. Sono stato invitato da est a ovest, dal “LGBT Pride Istanbul” al “festival de cine por adultos de Madrid”, come testimone di un pensiero artistico e politico che possa essere declinato fuori dagli stereotipi. Certe parole non possono essere solo pronunciate ma vanno raccontate e il modo di raccontare fa la differenza.

Quindi anche tu a dispetto delle mode e delle tendenze, hai optato per  l’analogico. Si dice che i “veri fotografi” usino solo macchine analogiche e storcono il naso quando si parla di digitale. Ma è vera sta cosa o è solo un vezzo per darsi un’aria più importante?

Io con i “veri fotografi” non vado d’accordo per il fatto che non lo sono. Uso la macchina analogica Rolleiflex nel lavoro dei ritratti perché mi sembra “outsider”. Trovo grandi vantaggi intellettuali a guardare da un punto di vista inusuale. Questa macchina sembra aumentare le costrizioni, ad esempio non hai possibilità di cambiare obbiettivo, poi dal punto di vista posturale per guardare il soggetto ti devi inchinare di fronte a lui e inoltre ogni scatto ti conviene pensarlo visto i costi di rullino e provinatura. Tutto questo ti impone un tipo di atteggiamento mentale e fisico completamente diverso dallo strumento digitale. E’ semplicemente un altro strumento che produce pensieri e quindi lavori diversi. L’ultimo mio lavoro è il calendario gastronomico di Babette. Dodici mesi in cui una donna decollata (Babette appunto) è vestita solo di cibo cotto e crudo. Pop-trash, è una perla kitsch super digitale.

Ho voluto intitolare questa intervista “Straordinaria normalità” perché passando in rassegna i tuoi lavori ho notato che i tuoi soggetti sono persone assolutamente normali, quasi mai “agghindati” se non dei loro panni quotidiani  anzi, spesso e volentieri, sono privi anche di quelli. A quanto pare ti piace fare bella mostra di corpi tutt’altro che sensuali di ultracinquantenni, pance molli e seni cadenti che, sebbene riguardino la stragrande maggioranza di noi, nessuno sembra più abituato a vederli ritratti né in foto né nei film. Allora cos’è questa tua particolare predilezione per l’”orrido quotidiano”?

Io non lavoro su committenza, cioè non lavoro per magazine, riviste o giornali. La questione “numerica”, il pensiero da maschera ghignante sulla misurazione dell’età, della circonferenza addominale o toracica, è troppo legata alla vista e quindi a un pensiero di regime. L’appropriazione e la condivisione di un vocabolario che rinomini le cose del mondo è fondamentale. Cerco un’intenzione plausibile, un tono di voce credibile per poter raccontare le storie libere dai sottintesi e dalle strozzature della comunicazione.

Mi pare quindi di capire che non ti interessano minimamente il glamour, i panorami architettonici, il design, insomma tutta questa roba che va tanto adesso. Non rischi di rimanere un po’ troppo ai margini del panorama artistico/fotografico e di finire nel club degli intellettuali incompresi?

Questa domanda si riferisce sempre al mio lavoro in B/N con la Rolleiflex. La restrizione dell’offerta, rispetto alla domanda è un problema che riguarda tutti. Oggi più che mai, l’omologazione della vista manifesta il suo spietato potere. Credo importante condividere pensieri sull’approccio all’oggetto, credo che nello spazio tra me e l’oggetto si combatta la battaglia contemporanea, ed è quello spazio che riguarda l’etica. Vuol dire che diventa fondamentale la modalità di approccio al lavoro cioè come lo costruisco piuttosto che come lo vesto. Esistono intellettuali ma non ne conosco di incompresi, forse isolati dove il loro compito si riduce semplicemente al resistere in quella condizione. Se la resistenza diventa il mio compito con questa intervista lo sto assolvendo.

Esiste un qualche tipo di mercato per il tuo genere fotografico? Come si vive ritraendo questo genere di soggetti?

Due pesci si incontrano. Uno dice all’altro:
“com’è l’acqua oggi?”
E l’altro risponde:
“cos’è l’acqua?”

Leggevo un po’ di recensioni sul tuo conto. Personalmente trovo questo genere di testi critici sempre eccessivamente lunghi, complessi, criptici e poco comprensibili, e mi sono sempre chiesto se questo dipenda dalla complessità dell’oggetto di discussione o di uno stile che la “vera” critica deve possedere perchè possa rendere onore all’opera o all’artista discusso. La mia paura è che se l’arte in Italia viva sempre in un mondo confinato a pochi fanatici ed appassionati sia dovuto anche a questo suo modo di parlare alla gente. Che ne pensi?

L’arte va cercata. L’arte non è di tutti è di chi la vuole. Se L’arte e la critica sono due cose diverse, allora l’arte si confina perché c’è poca gente che ne ha bisogno. Interrogarsi su questo però è soprattutto un problema degli artisti. Che qualche critico appassionato, si accalori con un eccesso di entusiasmo a ragionare, non crea nessun rischio a meno che non si metta a parlare di sé o dell’artista invece che dell’opera.

A quanto ho capito immagino che tu appartenga a quella categoria di fotografi che applicano molto rigore nello scegliere il tema del loro prossimo lavoro. Quanto dovrebbe sborsare McDonald per farti realizzare il catalogo fotografico del suo prossimo menù?

Il catalogo è un’argomento che mi appartiene e ha grande fascino su di me. Sono attratto dal sostantivo e non dal verbo. Il catalogo è la nostalgica possibilità di osservare il mondo in un solo colpo d’occhio, desiderio irragionevole che pretende di dare forma ad un mondo sparpagliato. Sarei cullato dalla possibilità di fare un catalogo di panini. In questo momento mi accontento di editare il mio libro completamente in B/N per la prossima primavera. Intanto per ingannare il tempo nel freddo inverno uscirò con “no nude”, una serie di foto ispirate dalla pittorica nudità di Adamo ed Eva.

 

http://www.ziguline.com/2009/12/07/straordinarie-normalita-intervista-a-luca-donnini/